Giulio Casale: l’intervista







Cantautore raffinato ed impegnato Giulio Casale, dopo una lunga esperienza nei teatri, torna con un nuovo disco di inediti, Dalla parte del torto. L’abbiamo incontrato, ecco cosa ci siamo detti.

L’esperienza teatrale di questi ultimi anni ha lasciato tracce nel tuo nel tuo nuovo lavoro? Inevitabilmente sì, anche se mi pare che in queste nuove canzoni non ci siano debiti (omaggi) espliciti. Ho cercato più duramente possibile di cantare con la mia sola piccola voce, e la mia voce sa meglio di me (ride, N.d.r) cosa io possa cantare dei nostri giorni e di cosa sia meglio tacere …

Quanto Gaber fa parte di te? Gaber è uno dei miei riferimenti culturali, in qualche modo “lavora” qui dentro di me, ma più come un classico che come modello cui attingere direttamente: i classici vanno tenuti presenti, senza per questo cedere all’identificazione. Il 2012 non è il 1969, ad esempio. C’è un tempo “giusto” per ogni cosa, e ogni espressione artistica. Tra l’altro il primo Gaber deve molto a Brel, e forse Jacques Brel (la sua forza, anche scenica) è persino più importante, per me.

Quanto è rock Dalla parte del torto? Lo è nello spirito che lo pervade e che lo ha generato molto più che nella forma. Il rock è da sempre opposizione al disastro culturale, è anticonformismo, liberazione personale cui tendere? Allora mi piacerebbe che Dalla parte del torto fosse definito Rock! Ma ogni etichetta sbaglia la mira, ogni convenzione da scaffale di supermercato è pressapochismo, mi pare.

Quale dovrebbe essere la funzione della musica oggi? Rappresentare l’alternativa (utopia!) all’inferno cui abbiamo ridotto la vita. Ma non credo che la mia musica possa ambire a tanto… (ride, N.d.r.)

Nei tuoi lavori la parola ha un ruolo centrale. Nascono prima i testi o la musica? Sempre la musica, la suggestione, l’atmosfera. Questa progressione armonica e melodica che viene a visitarmi può abitarmi dentro anche per molti mesi prima che le parole per esprimerla inizino ad arrivare, è proprio un parto, e come accade in ogni parto le variabili (e le sofferenze connesse) sono tutte da scoprire, cioè da vivere in pieno.

Chi sono i tuoi compagni di viaggio in questo disco? Uno su tutti: Giovanni Ferrario, musicista vero, straordinario. Il suono del disco me l’ha cucito addosso lui, ho avuto quasi niente da obiettare, mi ha “letto” dentro come nessun altro aveva fatto, prima.

Intervista di Elena Torre

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