Valentina Santini e il suo inno alla vita
Valentina Santini, classe 1991, è una ventenne rara, di quelle che non esistono più ed è anche per questo che stupisce: un’educazione di altri tempi e un’ottima proprietà di linguaggio si uniscono ad una forte tenacia e una cultura che non deriva soltanto dalla sua formazione classica. È probabilmente la figlia che molti vorrebbero in un periodo storico e sociale in cui crescere un figlio è un’impresa a dir poco eroica. Lettere di un’aspirante suicida è il suo primo libro, lei affettuosamente lo definisce “libercolo”, ma a noi di Esserciweb questa sua definizione è apparsa assai riduttiva poiché tanti sono i valori e gli stati d’animo che si leggono tra le pagine, niente di inflazionato, banale o scontato, tra l’altro. Una lettura senza stagioni e senza scadenza, a dispetto di un mercato che purtroppo assegna ai libri (soprattutto a quelli di narrativa) la stessa scadenza della mozzarella… E non lasciatevi ingannare dal titolo: Lettere di un’aspirante suicida nient’altro è che un bellissimo e originale inno alla vita, anzi alla Vita! Inutile continuare a tessere lodi, la parola all’autrice…
Come e quando è nato Lettere di un’aspirante suicida? Lettere di un’aspirante suicida è nato quasi per caso, in realtà. Ho cominciato a scriverlo durante il Liceo, come “valvola di sfogo” da tutto ciò che mi circondava (la scuola, per lo più): da sempre, riportare su carta i miei pensieri mi aiuta a riflettere. E così, sono nate molte delle lettere dell’Aspirante Suicida, prima ancora che, nella mia mente, esistesse questo personaggio. Rileggendo i miei sfoghi, così pieni di rabbia e di risentimento, però, mi sono detta: “Ma io non sono solo questo! Non sono sempre così negativa!”. Perciò, ho deciso, in qualche modo, di “autorispondermi”: la mia parte positiva ha cominciato a comunicare con quella pessimista e, in questo modo, sono venuti fuori i pensieri dell’Ottimista Nauseante. Mi sono accorta, poi, che questa sorta di “dialogo interiore” poteva benissimo essere una vera e propria conversazione tra due individui diversi: da qui, l’idea di far nascere una storia (che, quindi, in realtà, è venuta fuori da sola, molto prima che io la progettassi).
V. e Leonardo sono due personalità opposte, un’aspirante suicida e un nauseante ottimista. Ma i loro tratti caratteriali possono convivere entrambi in una sola persona, secondo te? V. e Leonardo, alias l’Aspirante Suicida e l’Ottimista Nauseante, sono le due facce di una medaglia, sono i poli opposti di una calamita. Eppure, la medaglia, così come la calamita, è un oggetto unico. Lo stesso vale in questo caso: per quanto diversi che siano questi due personaggi, entrambi fanno parte di me. A chi non è mai capitato di vedere la vita in modo negativo? E a chi non è mai capitato di illudersi, per aver considerato una situazione con troppo ottimismo? Racchiudiamo in noi stessi entrambe le visioni del mondo: il trucco è riuscire a mediare tra di esse, senza farsi trasportare in modo eccessivo da una delle due parti.
I classici: nel tuo libro ne sono nominati diversi, uno – tra l’altro – è fondamentale. Che importanza hanno avuto nella tua crescita personale? Per quanto io abbia sempre amato leggere, i classici, in realtà, mi hanno sempre dato un po’ fastidio… Perché se un libro è un classico deve per forza piacere a tutti? Non metto in dubbio che i cosiddetti “classici” siano dei capolavori: se sono diventati tali, un motivo ci deve essere (storia appassionante, autore particolarmente abile, fusione di questi due elementi…). Quello che non sopporto è “farsi piacere un libro”, solo perché è un classico. Fin da quando sono piccola, infatti, preferisco scegliere i libri in base alla loro trama, piuttosto che in base alla fama dell’autore. Probabilmente, in questo modo rischio di più: non ho la certezza della “qualità” del libro, però ho anche una buona probabilità che, se la storia di fondo mi affascina, mi piaccia anche tutto il resto, classico o non classico che sia. Il gioco vale decisamente la candela!
Come lasci intendere anche nel titolo, il tuo è un romanzo in forma epistolare. Ma secondo te, vedendo la realtà che ti circonda, quanti tuoi coetanei sono ancora affascinati da carta e penna piuttosto che da una tecnologia imperante? È vero: la tecnologia è ormai ovunque. Non che questo sia un male, intendiamoci: computer e scienza sono un bel binomio. Il problema si presenta quando ci accorgiamo di non poter più fare a meno di qualcosa di superfluo. La comunicazione di oggi, almeno per quanto riguarda la sfera degli adolescenti e dei ragazzi, è quasi totalmente affidata a cellulari e social networks. Ripeto: non che questo sia sbagliato. Sono la prima a mandare tantissimi sms al giorno, per tenermi in contatto con le persone a cui voglio bene. Però, il fascino della carta, dell’antico… quello è tutta un’altra cosa. Il legame che si crea tra chi scrive una lettera e chi la riceve è davvero speciale: il foglio è stato toccato, è stato vissuto: in questo modo, tramite una lettera, anche se distanti, le persone si uniscono davvero. Non sono molti i giovani a pensarla così: normalmente quando si hanno 20 anni, si tende a guardare al futuro (e, quindi, alle nuove tecnologie), piuttosto che voltarsi con malinconia a un passato che non si è neppure conosciuto… Eppure, di ragazzi come me ce ne sono tanti: sono quelli che a un qualsiasi e-book continueranno a preferire il piacere dei taglietti sulle dita, dovuti alle pagine di un vero libro.
E a proposito di tecnologia: V. non ha un bel rapporto con il social network per eccellenza, Facebook. Perché? E tu? Giustissimo! V. non ha un buon rapporto con Facebook, ma Leonardo non è che sia da meno. Entrambi hanno un animo antico, inadatto al secolo in cui si sono trovati a nascere. Sono diversi sotto molti aspetti, eppure questo elemento li accomuna in modo particolarmente stretto. In quanto parti di me, V. e Leonardo altro non sono che la mia visione della vita. Anche io, dunque, come loro, mi sento spesso “fuori” da questo tempo. Facebook è un modo estremamente comodo e veloce per comunicare e ben si adatta a questo periodo, in cui la fretta la fa da padrona. Però, in quanto amante dei contatti diretti e delle lettere (e, perché no? Anche del tempo dilatato, nemico della fretta), non posso dire di amare pienamente questo Social Network.
Siamo in tempi di maturità, una maturità che tu hai affrontato non più tardi di un paio di anni fa. Gli anni del liceo spesso dividono le opinioni: c’è chi li vive in gran spensieratezza e chi come un vero e proprio trauma. In ogni caso, inutile negare che alla scuola di oggi (ma già a quella di dieci anni fa) manca qualcosa, forse troppo. Tu come hai vissuto gli anni del Liceo nel rapporto con i compagni e con i professori? Se tu dovessi dividere in percentuali quale attribuibile ai bei ricordi e quale ai “traumi”? Ho avuto tanti motivi per amare il liceo, ma altrettanti per odiarlo. Il Classico mi ha aperto la mente, mi ha dato un validissimo metodo di studio, mi ha reso forte, mi ha fornito tante conoscenze in più. Per non parlare dei legami che si sono creati tra compagni di classe e professori (cose, queste ultime, di cui, in un ambiente come quello universitario, sento la mancanza). Però, il Liceo mi ha anche impedito di essere felice in molte occasioni. La mia vita, per cinque anni è ruotata quasi esclusivamente intorno allo studio: ho smesso di fare sport, di uscire il pomeriggio, di avere una “vita sociale normale”. Non per tutti è stato così, per fortuna: ho amici che hanno affrontato il Liceo nel modo in cui si dovrebbe: considerandolo come una parte della vita, non la vita. E, invece, io ho studiato, studiato e studiato: quando non ero sui libri, mi sentivo in colpa, perché avevo paura di non riuscire a dare il 100%. È giusto studiare, ma non è giusto fare dello studio la nostra unica ragione di vita. Adesso che frequento (felicemente) l’università, l’ho capito. Il Liceo mi ha aiutato a comprendere anche questo, alla fine…
Intervista di Sara Missorini













