Tiziana Rinaldi: l’intervista







Ho avuto modo di conoscere Tiziana Rinaldi inizialmente trovandomi tra le mani il suo Ninablu e potendone apprezzare sia la leggiadria della storia sia il fascino dei disegni; poi – magie del web – mi aperto virtualmente la sua porta di casa, facendomi entrare nel suo sito e potendo osservare esterefatta i suoi lavori. Che non potevano suscitare curiosità e domande!

Partiamo dagli inizi. Come hai scoperto la tua passione per il disegno? Quando penso al gesto di disegnare (o colorare, ritagliare, assemblare…), lo sento come qualcosa di talmente naturale, da non riuscire a scinderlo da me. È un’azione primaria. Per spiegarmi meglio, potrei dire che è quasi come mangiare. Vedi una cosa, ti piace visivamente, ti attrae, la assaggi… un gesto naturale. Per me il disegno è sempre stato questo: la voglia di tracciare linee e colori di qualcosa di interessante e attraente, che potevo aver visto, come anche solo immaginato. Trattandosi di un gesto naturale, mi sembra di poter dire che non è stata una vera scoperta, ma qualcosa che è sempre stato con me. Il mio divertimento più grande.

Da cosa ti senti influenzata, o per meglio dire ispirata, quando tracci le prime forme che costruiscono un dipinto? Dopo essermi osservata per anni nei momenti di maggior ispirazione e dunque creatività, penso, sento di poter dire, che si tratta di momenti che non dipendono tanto da ciò che vedo, sento, quanto dalla mia disponibilità a farmi raggiungere. Quando sono aperta e ricettiva, qualsiasi cosa diventa ispirazione: un’immagine, una frase, una parola, un pensiero. Al contrario, quando sono tesa, chiusa, irraggiungibile, anche lo spettacolo più bello non mi dirà nulla, non si trasformerà in nulla. Penso ci siano dei metodi per facilitare questo processo… anche se devo dire che per quanto mi riguarda più che un metodo è qualcosa che avviene in modo spontaneo, non troppo ragionato: sedersi in un luogo calmo, respirare profondamente, stare in silenzio, guardare dalla finestra, tracciare qualche linea o scrivere qualche parola, mettermi in ascolto aprendo quel passaggio segreto che conduce alla mia parte più profonda, dove hanno sede l’intuizione, la creatività. Dopo, tutto diviene facile, spontaneo, e dunque, ai miei occhi, bello.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza di Ninablu, il primo libro che ti ha visto, oltre che in veste di illustratrice, anche di narratrice? Ninablu mi ha dato tantissimo. È stata un’esperienza insolita quella di poter completare con le parole la storia che avevo in mente e per la quale le immagini non sarebbero bastate. Da quell’esperienza è rimasto dunque innanzitutto il ricordo del divertimento della scrittura: dare voce ad un’altra persona, farla vivere, pensare, agire. Molto diverso che disegnarla solamente. Un altro regalo di Ninablu è stato quello dell’interazione con le persone che mi hanno scritto dopo aver letto il libro: bambini con le domande o le osservazioni più curiose, ma anche persone di tutte le età che attraverso Nina sentivano di potermi affidare un ricordo, un’emozione, una loro storia segreta. È stato ed è tuttora bellissimo. Proprio un dono.

Quanto ti senti Ninablu? Bella domanda! Tanto. Mi sento tanto Ninablu. È come se attraverso lei io sia riuscita a far emergere la mia parte più bizzarra. Allo stesso tempo Ninablu è proprio altro da me. Tanto che dalla sua pagina di facebook (eh sì, la ragazza dell’isola è inaspettatamente tecnologica) dialoga con me, in modo a volte irriverente e anche proprio disubbidendomi. Tutto decisamente surreale!

I tuoi lavori si rivolgono anche ai più piccoli. Quanto pensi che possa essere terapeutico il mondo della pittura per i bambini? Penso possa esserlo moltissimo. Sicuramente lo è quando proprio diviene una terapia condotta da un professionista in grado di aiutare bambini che si trovino in situazioni difficili. Credo possa esserlo anche in situazioni non necessariamente delicate, quando fare arte diviene per un bambino gesto di puro divertimento e libertà espressiva e dunque attività in grado di porlo in una situazione di benessere. Lasciare un bambino libero di esprimersi attraverso l’uso dei colori, o di elementi da manipolare, assemblare, mescolare, può essere per lui – l’ho notato nei molti laboratori condotti in passato con bambini dai 6 ai 10 anni – molto liberatorio, aiutandolo ad esprimere e ridimensionare quelle piccole paure o ansie quotidiane proprie anche della sua età. Oltre al gesto di fare arte penso possa essere utile e terapeutica anche la semplice osservazione, se condotta in modo interattivo e stimolante, sia di lavori artistici creati da autori del passato o contemporanei, che della natura o del mondo che ci circonda: i colori, le forme, i vuoti, la bellezza nelle piccole cose.

Tu dipingi anche su commissione ed hai un ottimo seguito sul tuo sito. Chi sono i tuoi followers? Hai un pubblico misto o omogeneo? Sono soprattutto donne a seguirmi. Di tutte le età, gentili, sensibili, curiose, attente, introspettive, divertite e divertenti, interagiscono con me attraverso commenti e osservazioni puntuali e pertinenti. Mi sono spessa chiesta se la mia sia un’arte al femminile. Non saprei… Si tratta forse di una sorta di attrazione tra anime simili? Ovviamente ci sono le dovute eccezioni, per cui capita anche che io venga contattata da uomini e ragazzi, anche se spesso mi raccontano di essere stati indirizzati al mio sito da donne a loro care, alle quali magari desiderano fare un dono gradito. E dunque torniamo sempre lì: donne, soprattutto.

Hai in ballo altri progetti editoriali? Sì, come illustratrice ho due prossime uscite: un emozionante albo per le edizioni Mammeonline La Cometa di Giove, e un libro in uscita in Germania, dedicato ai bambini nati tramite procreazione assistita. Anche come autrice sta germogliando qualche seme portato dal vento… vediamo se darà buoni frutti.

http://www.tizianarinaldi.it/

 

Intervista di Sara Missorini

Fotografia: Pomeriggi invernali, Tiziana Rinaldi, tecnica mista su legno, dettaglio

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