Narciso Parigi: l’intervista
Intervista di Enrico Zoi
Narciso Parigi, un signore. Un signore di umanità e cortesia, di quelli che credono nell’amicizia come primo valore, e un signore della canzone italiana, una delle nostre bandiere musicali nel mondo. Amante del bello, è un grande intenditore e collezionista d’arte.
Gli inizi della sua carriera? Ho cominciato giovanissimo. Era il 1944 e c’era la guerra: a Firenze era appena passata e c’erano gli americani. Ero in bicicletta e stavo portando delle scarpe al mercato di San Lorenzo. Trovai dei ragazzi che mi dissero che andavano a farsi sentir cantare: c’era la radio. Vengo anch’io, dissi! Lasciai bicicletta e scarpe in custodia a un amico. Salii negli studi e quando mi domandarono cosa cantassi risposi che non avevo niente. Il Maestro Cesarini mi chiese allora quali canzoni conoscessi. Le so le canzoni, dissi: Firenze sogna, Primo amore. Lui si mise al pianoforte, accennò mi sembra Primo amore e io iniziai a cantare. Un minuto poi disse ‘basta basta’, non mi sentirono nemmeno! Me ne stavo andando quando mi fermarono: ‘Aspetti, dove va? Venga qua, a mezzogiorno trasmette’. ‘Come a mezzogiorno trasmetto? Bisogna che lo dica a casa mia!’. C’era il Quintetto Fiorentino, mi sentirono e mi vollero, così entrai nella formazione. Poi, siccome facevo anche lo swing (meglio delle stornellate!), mi volle anche l’Orchestra Ferrari: vi restai vent’anni, trasferendomi con loro nella Capitale nel 1948. A Roma ho cantato le più belle canzoni, spaziando con le orchestre più importanti. Nel 1954 cominciai a fare un po’ di cinema.
Sedici le apparizioni di Narciso Parigi sul grande schermo. Cinema a parte, è vero che i primi festival della canzone italiana in realtà li ha vinti lei? Allora, nel 1948 e 1949, prima di Sanremo, la Rai organizzò il Festival della Canzone Italiana a Viareggio. Presentava Amerigo Gomez. Pensi che l’avevo scordato! Poi lessi sul Corriere della Sera un’intervista al figlio di Sergio Bernardini, che raccontava che i primi festival della canzone italiana li aveva vinti Narciso Parigi a Viareggio.
E i suoi Sanremo? Nel 1955 mi levarono la canzone Buongiorno, tristezza, con la quale avrei vinto, perché ero venuto via dalla Cetra. La fecero cantare a Tullio Pane. Tornai a Sanremo solo nel 1962, perché Concina aveva una bella canzone, Vita. Però per andare in finale volevano dei soldi, ma io risposi che mi hanno sempre e solo pagato per cantare. E poi lavoravo già tanto negli Stati Uniti con tutti i nomi più importanti: Perry Como, Bob Hope, Red Skelton. Jimmy Durante mi ricordo era un omino piccino: imitava John Wayne che sembrava lui! A Firenze mi conoscono per l’Inno della Fiorentina e per gli stornelli, ma ho cantato tanti altri generi in tutto il mondo. E poi a Roma ho lanciato più canzoni romane di quanti brani fiorentini abbia lanciato a Firenze! Una volta, andando in Vaticano con mia moglie, parcheggiai senza accorgermene la macchina nel posto riservato ai diplomatici. Un vigile mi rincorse subito: ‘Dova va lei? Ma… ma lei è Narciso Parigi! Stia quanto vuole, però venga a prendere un caffè con me!
La sua canzone che ama di più? Una è Terra straniera, successo mondiale. Poi Firenze sogna, Manuela. Ho inciso cinquemila brani e fatto così tanti successi che non me li ricordo tutti. Anche Maruzzella la lanciò Narciso Parigi: ebbi la Maschera d’Oro per quel brano, datami da Renato Carosone. Io e Carosone abbiamo fatto il primo listino della Pathé in Italia! Io ero alla Cetra, che mi dava tremila lire a facciata. Alla Voce del Padrone me ne davano diecimila, più le spese e il 5%. Lasciai la Cetra e entrai nel gruppo Emi, incidendo in America tanti dischi per la Capitol, sempre della Emi.
Oggi che musica ascolta? A me piacciono tutti i giovani, anche perché oggi chiunque può cantare.
Rimpianti? Avrei voluto fare qualche opera lirica leggera in più. E poi mi sarebbe piaciuto dipingere, ma non so fare neanche un alberino! Però ho passione per l’arte e ho avuto la fortuna di conoscere Eugenio Montale, Alfonso Gatto (padrino dei miei figli) e Mario Luzi. Tutti amici fraterni.













