Marzio Dance: l’intervista
Articolo di Roberta Capanni
Ha carisma da vendere Marzio Dance, DJ di primissimo piano, da oltre vent’anni, animatore della musica techno nel nord-est italiano e non solo. Per il suo pubblico è “l’Imperatore”, un trascinatore di folle che sa regalare momenti di grande emozione e divertimento al popolo delle discoteche. Voce profonda, capelli lunghissimi e simpatia innata ma, soprattutto, una bella persona nascosta dietro un aspetto informale. Lo abbiamo visto all’opera e l’abbiamo incontrato in redazione per il piacere di tutti.
Iniziamo dal fondo, da cosa fa Marzio oggi. Lavoro in discoteca come faccio da oltre vent’anni, di base nel nord-est e in un locale in particolare, cioè quello che frequento da circa 20 anni, il TNTKamasutra. Poi faccio altre serate, sempre nel Nord-Est per la musica techno e in Toscana con la discomusic, con gli eventi di I love disco, serate rievocative come quella allo Xenon, poi altre più varie, legate alla tipologia di musica che è il revival 70/80 come litaliano.
Perché si balla ancora la musica degli anni 70/80? Cosa l’ha resa indimenticabile? E la musica da discoteca di oggi ha le caratteristiche per resistere al tempo? Facciamo un ragionamento per decenni: per la musica da discoteca gli anni 70 hanno rappresentato uno stacco totale da quello che c’era fino ad allora. Prima si andava a ballare in balera, nei dancing non c’erano le discoteche come intendiamo ora. La musica da discoteca e è stata lo stacco, il cambiamento di rotta. La disco music viene dall’America dove nasce soprattutto in un determinato contesto sociale, poi si allarga e interessa tutto il mondo e rivoluziona tutto. Chi proponeva quella musica allora erano grandi artisti. Qualcosa poi iniziò già a cambiare e aldilà di qualche personaggio come Madonna o Michael Jackson, che comunque iniziò negli anni 70, il mondo musicale è mutato.
Ad oggi la caratura artistica, in generale, si è abbassata, per contenuti artistici e musicali, che sono più aridi e stereotipati, non c’è più sperimentazione: non è più innovativa. Oggi si continua a ballare I am see hey dei Village People o I Will Survive di Gloria Gaynor con una certa soddisfazione perché quando la musica è bella non c’è niente da fare, rimane in testa. Certo non è facile poter bissare quel tipo di musica, quel modo di fare musica. Oggi la musica, come molte altre cose, ha perso quel senso artistico, è più come un prodotto qualsiasi, segue una strategia industriale. C’è anche da dire che con i mezzi tecnologici che ci sono adesso diventa più facile fare musica un po’ per tutti. Addirittura oggi ci sono strumenti che se sei stonato fanno in modo che tu non lo sia!
Anch’io ho fatto tanti dischi ma non da cantante, perché non lo sono, e ancora oggi DJ come David Guetta, che è un vero personaggio, si avvalgono di cantanti bravissimi… ma non è lui a cantare. Lui ha delle intuizioni che poi vengono riprese.
Questa nota sulla musica “tutta uguale” e poco innovativa è un’osservazione che abbiamo raccolto anche in una intervista ad un gruppo di giovani musiciste che erano in corsa per Sanremo Social; anche loro lamentavano che è tutto stereotipato. Allora perché non si cambia? L’industria non lo permette e forse il pubblico non è attento, si segue la massa.
Torniamo a Marzio Dance, quando è iniziata la tua carriera? E come? Io ho iniziato a fare il disc jockey nei primi anni 80 e in quel momento, da noi, era difficile capire che si potesse mettere dischi per mestiere. La figura del deejay era un po’ bistrattata; poi si comprese che il DJ non era solo chi metteva dischi, ma colui che sapeva interpretare l’umore della pista, mettere la musica giusta per far divertire, un intrattenitore insomma. Mancava solo che producesse dischi. E così, io e altri abbiamo iniziato a farli, supportati da musicisti giovani oggi famosi come Marco Masini e altri.
Dopo questa prima parte da pionieri, all’arrivo degli anni 90, i DJ, con un decennio sulle spalle, i dischi li sapevano già fare. Avevamo capito il mercato. In quegli anni c’è stato quello che io ho vissuto intensamente e quello che era di nicchia, in parallelo al nascere della musica detta house, si è massificato. In quel periodo abbiamo avuto la possibilità di fare belle produzioni più legate all’aspetto artistico che a quello commerciale, il DJ ha potuto piazzare la sua carta personale.
Il mestiere del DJ ha ancora un futuro? Questo è un grande punto interrogativo che non è legato alla crisi del settore e che vede l’Italia soffrire molto; eravamo i più forti ma oggi siamo purtroppo stati sorpassati da olandesi, tedeschi e alcuni grandi francesi. La crisi del DJ come figura viene anche dalla musica che si propone, che è meno definita come anche le serate stesse lo sono. Mi spiego: è cambiato “il contenitore”: oggi la discoteca non è più la stessa. Alcuni locali propongono prima la cena, poi la musica. Il DJ si muove peggio ed ha più difficoltà a piazzare il suo modo di lavorare, deve adattarsi alle esigenze del locale. Inoltre ci son sono sempre meno locali, meno veri gestori, meno radio e anche come DJ di esperienza siamo rimasti in pochi.
I ragazzi oggi si affidano troppo ai riferimenti tecnologici, e in generale si tralascia l’aspetto psicologico, concettuale di questo mestiere. Non si comprende che tu sei lì per loro per dare emozioni.
Forse oggi le emozioni se le trovano in altro modo e non se le aspettano più dal DJ? Bella domanda. Non credo perché io vedo che a certi stimoli i ragazzi rispondono. Cambia la musica, cambia quello che dici, ma se proponi, hai delle risposte emotive. La discoteca è un luogo di aggregazione dove i ragazzi riescono comunque a comunicare anche se ad alcuni può sembrare impossibile. Ripeto: il problema è che è cambiato “il contenitore” discoteca e questo fa male alla musica in generale. E su questo devo dire che non so se è solo un periodo passeggero ma io vedo, per esempio nei locali della mia città, questa esigenza di trasformazione da discoteca a luogo dove prima si mangia poi anche si balla. È tutto molto contorto. Nel nord-est invece c’è questa contaminazione: prima si va al ristorante o in pizzeria poi si va a ballare. E se fino ad una certa ora c’è un tipo di pubblico più adulto, poi viene sostituito da quello più giovane. Uscire, andare fuori dopo una settimana di lavoro, divertirsi è liberatorio, lo hanno fatto quando c’erano le balere e i dancing e continuano a farlo ora, tutti giovani e meno giovani.
Deejay si nasce? Alla base c’è una grande passione per la musica, io so a memoria canzoni di Frank Sinatra o Edith Piaf perché sono state la colonna sonora di casa mia, era quella la musica che metteva mia madre. Poi come a tutti i ragazzi mi piaceva andare a ballare nei dancing visto che ancora non erano discoteche. Poi all’Arcadia di Scandicci le cose cambiarono e mi chiesero se volevo mettere dischi durante la pausa del gruppo musicale; non ero molto contento della proposta perché mi sembrava di essere lo “sfigatino” di turno perché alle feste chi metteva i dischi di solito era chi non limonava, ma accettai, mi piacque e nella solita stagione, se prima il gruppo faceva mezz’ora e io facevo un quarto d’ora alla fine, poi gestii il tutto fino alla scomparsa del gruppo. Quello fu proprio l’inizio.
Poi passai ad un altro locale, il Valentino’s, che era un ex cinema: già c’erano i presupposti per la discoteca grande. Erano i primissimi anni 80 e si iniziava a guardare a spazi diversi, molto più ampi (in America c’erano i loft) rispetto alle cantine che fino ad allora avevano accolto i giovanissimi che volevano ballare e qualche imprenditore accorto capì che c’erano i presupposti per cambiare e guardare a spazi diversi, in contemporanea con Riccione e Rimini che avevano già compreso che la discoteca sarebbe stato il futuro della riviera romagnola.
Tu poi sei andato oltre la Toscana. Come è avvenuto questo passaggio? In Toscana il locale che mi ha dato più notorietà è stato lo Xenon. In quel periodo mi dividevo tra discoteca, radio e tv e già giravo la Toscana come ospite nelle varie discoteche. Poi nel 1986-1987 iniziai a girare l’Italia con un’agenzia che stava nascendo, che oggi si chiama la Sfinge ed è dell’ex proprietario dello Xenon che artisticamente mi conosceva bene. Con lui iniziammo a girare tutta l’Italia con uno spettacolo dove io mettevo i dischi con il supporto di un rapper e di hostess. Si facevano delle classifiche, si intratteneva il pubblico. In un anno e mezzo ho girato più di 100 discoteche; è stata una bella esperienza perché mi è sempre piaciuto mettermi in gioco… ricordo una serata indimenticabile a Bagheria…
Alla fine però era stancante e quindi ho sentito l’esigenza di trovare un luogo che mi facesse sentire a casa, come era stato lo Xenon, un posto a cui trasmettere il mio modo di essere, di stare in consolle. Tra due o tre offerte ne accettai una e… è ancora lì che lavoro da circa vent’anni. I proprietari e gestori hanno creduto in me mettendomi a disposizione tutto quello che poteva servire, ed io ho cercato di mettere delle idee. Era un discoteca grande, in un luogo dove c’era margine per fare tante cose, con serate da 3000 persone.
Oggi con la crisi le cose sono un po’ cambiate, ma la lungimiranza della proprietà, sempre la stessa, continua a portare avanti il locale, rinnovandosi sempre, senza mai tirare i remi in barca e soprattutto senza mai perdere il rispetto per il pubblico.
Parliamo delle altre serate, quelle che ti vedono protagonista insieme ad un altro grande DJ, Enrico Tagliaferri, e soprattutto della serata da voi proposta di musica italiana. Come nasce Litaliano e quale sarà il suo futuro? Con Enrico Tagliaferri ci conosciamo da sempre ma, pur avendone grande stima, non avevo mai lavorato con lui. Per caso abbiamo iniziato a fare un programma in radio, l’ho quasi trascinato dentro, e abbiamo legato molto. Enrico è più conosciuto di me a Firenze, ha fatto più storia di me, era il DJ del Tenax una discoteca che ha fatto storia, mentre il mio nome era arrivato a Firenze ma soprattutto ai ragazzini. Abbiamo fatto I love disco insieme e quando a lui è stato proposto di fare una serata anni 70 al No limit di Calenzano abbiamo deciso di provare con una serata nostra. Con i suoi video e il mio intrattenimento. E abbiamo puntato sulla musica italiana ballabile, bella musica italiana.
E il futuro di questo vostro progetto? È incerto. La soddisfazione è a momenti. A Firenze si è costretti a cucirsi addosso i problemi del locale, ma così non va bene perché è il locale che deve supportare il DJ. Adesso siamo in cerca di un luogo dove la proprietà comprenda che può ottenere molto, ma deve anche dare. Se questa condizione non si dovesse presentare Litaliano diventerà comunque un grande evento.
www.marziodance.it - www.tntkamasutra.com













