Marco Piermattei e I Padri di Raul







I Padri di Raul, opera prima di Marco Piermattei, sta appassionando numerosi lettori e lettrici lungo tutto lo stivale. Sarà per lo stile essenziale o per quella capacità, che ormai hanno in pochi, di lasciare il segno, tessendo una trama dalle mille sfaccettature con tre personaggi diversi tra loro, ma allo stesso modo incisivi e complementari. Intanto, Marco comincia il tour di presentazione del libro nella sua città natale, Firenze: organizzato dalla nostra redazione, giovedì 24 novembre, alle ore 19.30, presso la caffetteria bistrot Ideal (Via il Prato 4/b) ci sarà l’aperitivo per l’anteprima fiorentina, accompagnato da letture e musicalità: un momento originale, alla presenza di ospiti e giornalisti, in cui il libro “parlerà da sé” e farà parlare di sé. Mentre martedì 29 novembre, alle ore 18.00, l’autore sarà presente presso la Libreria Cité in Borgo San Frediano presentato dal giornalista e Presidente dell’Associazione Stampa Toscana, Paolo Ciampi.

Marco, ti va di raccontarci il tuo primo approccio alla scrittura narrativa? È cominciato nel modo più naturale, carta e penna. All’inizio mi sentivo fuori dal tempo, eravamo alle soglie del duemila ed io non stavo ricorrendo a nessun programma di videoscrittura! C’erano un sacco di idee in testa che aspettavano di uscire, eppure non avevo la minima idea di cosa fosse scrivere una storia con un inizio, un’evoluzione e una fine. Sono arrivato al termine del mio taccuino in breve tempo e poi mi sono detto: “E ora… va bene così com’è? Non sarà il caso di riscrivere qualcosa?” Così sono andato ad accendere il computer.

Il tuo stile di scrittura è ricercato e mai banale, ma allo stesso tempo essenziale, non sofisticato. Sei un autodidatta o hai frequentato delle scuole di scrittura? Sono un autodidatta contento di esserlo. Devo ammettere che il percorso è stato, ed è tuttora lungo e complesso, ma sempre stimolante. Nel corso degli anni ho chiesto molti consigli a persone amanti della lettura e della letteratura. Da loro ho imparato a rendere una frase meno ridondante, a non eccedere con l’uso degli aggettivi e delle congiunzioni, ad ascoltare la musicalità di una frase. Ho anche un paio di Manuali di Scrittura Creativa che mi hanno regalato gli amici. Sono state letture interessanti in cui ho trovato ottimi consigli su plot e sub plot, su come “iniziare” un romanzo – ovvero come scrivere la prima frase della prima pagina – e tante altre cose. L’idea di frequentare un corso di scrittura, invece, non mi appassiona. Ho cominciato a scrivere per sentirmi più libero, e secondo me si è liberi solo se scegliamo noi il momento più giusto per scrivere. Frequentare un corso vuol dire uscire la sera, magari dopo una giornata di lavoro, ed entrare in un’aula col neon acceso per incontrare un “professore” che ti dice come fare una cosa che dovrebbe invece venirti spontanea. Si può sopportare, tutto ciò?

Tu ami viaggiare: ti è mai successo che quando viaggi fisicamente, viaggi anche con la fantasia e porti a casa bozze di storie che possono diventare romanzi? Forse non torno a casa proprio con una bozza di storia, ma sicuramente ho uno scenario nuovo da poter utilizzare. Il viaggio è una fonte inesauribile di fantasie, ogni volta che arrivo in un posto nuovo non posso fare a meno di immaginare una serie di personaggi che potrebbero trovarsi lì accanto a me, pronti a ficcarsi in chissà quale situazione che io non vivrò mai. La stessa cosa si può dire per i luoghi: oggi accolgono me, domani potrebbero accogliere qualcun altro in modo completamente diverso. Qui, è il caso di dirlo, la vera viaggiatrice è la fantasia.

Nel libro accompagni i tuoi personaggi da quando sono piccoli a quando sono anagraficamente adulti, ma dentro, forse, ancora bambini. Nella tua vita ti ha fatto paura crescere e dover maturare o piuttosto è stato un processo naturale? No, non mi ha fatto paura. Forse a volte ho avuto l’impressione di crescere troppo in fretta, o meglio, di responsabilizzarmi in fretta. Questo mi ha portato ad essere un ragazzetto responsabile e un adulto infastidito dalle responsabilità. La maturità invece può avere aspetti quasi magici. Credo che si sia a un buon punto di maturità quando si è consapevoli non di ciò che si vuole, ma di ciò che è più giusto per la nostra persona. Ciò implica coerenza – non è facile, ad esempio, accettare di essere qualcosa che ci piace poco – e la coerenza può essere un concetto nebuloso per chi si spaccia da adulto.

Un altro elemento importante nel tuo romanzo è il mare… una scelta non casuale, vero? No, non è casuale. Ogni volta che penso a un posto dove ambientare una storia, mi piace pensare che da qualche parte, in lontananza, si possa udire il rumore del mare. Poi magari faccio una scelta diversa, ma sempre con un pizzico di nostalgia. Se potessi, vivrei in una città di mare, o con il mare più a portata di mano. Stando a Firenze, comunque, non mi è andata malissimo. In estate, appena ho un giorno libero monto in macchina e faccio i miei cento chilometri in direzione del rigenero fisico e mentale. Il mare è come un vecchio amico: sai sempre dove trovarlo, e poi è sempre lo stesso, non cambia mai.

Maurizio e Danilo sono i tuoi due protagonisti maschili principali: ti senti più vicino a uno dei due? Leggendo di personaggi sia pure inventati, si ha spesso la curiosità di sapere se l’autore è uno di quelli. Chi mi conosce e si addentra nella lettura de I Padri di Raul non avrà difficoltà ad affermare che Maurizio è il personaggio a me più vicino. Il fatto è che un personaggio creato nella mente, sia pure con grosse similitudini, avrà sempre una sua identità, un suo modo di agire, una strada da prendere che non è quella di chi lo ha creato. Solo se si decide di scrivere un’autobiografia – e a patto di non concedersi mai alcuna digressione dalla propria esperienza – si avranno buone possibilità di raccontare una vita vera.

I Padri di Raul gode di una prefazione fatta da una firma eccellente – un ottimo giornalista, un abile scrittore nonché una persona amabile: Paolo Ciampi, Presidente dell’Associazione Stampa Toscana, il quale ha riservato per questo libro lodi importanti. Immagino tu ne sia onorato… Guarda, il modo più giusto per rispondere a questa domanda è raccontare il momento in cui ho letto la prefazione per la prima volta. È stata un’esperienza assolutamente commovente e ho sentito subito la necessità di scrivere a Paolo per comunicargli le sensazioni legate alle sue parole. Viviamo in una società scarsamente improntata sulla meritocrazia, con ambienti di lavoro spesso invasi dal pressapochismo e dall’incompetenza dove non c’è mai una parola spesa per il riconoscimento di una cosa “fatta bene”. Le cose fatte bene sono rare, altroché, e andrebbero riconosciute sempre, indipendentemente dai compensi economici, anch’essi spesso non adeguati. Dato che la scrittura è una cosa personale e profonda, trovare chi la apprezza e non ha problemi a dirtelo, anzi lo fa ricambiandoti con frasi partorite apposta per te… be’, questo è davvero impagabile.

In un panorama letterario dove escono quasi 200 titoli ogni giorno e il libro viene considerato – purtroppo – un prodotto deteriorabile al pari di beni alimentari come la mozzarella fresca non è certo facile farsi notare. Quali credi che siano le carte vincenti tue e del romanzo che hai scritto? Premettendo che solo i lettori potranno dare il valore più giusto a questo romanzo, mi sento di dare un paio di indicazioni. Fin adesso, coloro che lo hanno letto non hanno faticato ad arrivare in fondo, qualcuno ha persino ammesso di averlo divorato. Ciò mi lusinga tantissimo e mi suggerisce che lo stile è fluido e la struttura snella. Credo sia un buon punto di partenza, esistono romanzi dalla trama inconsistente che non riesci a metter giù perché ti piace non tanto quello che c’è scritto, ma come è scritto. Un altro punto apprezzato è stata la scelta dei tre “io” narranti, tre protagonisti che si raccontano direttamente e in fasi differenti della loro vita, un esercizio narrativo – posso assicurarlo – estremamente efficace e divertente. Parlare delle mie personali carte vincenti è più difficile. Quando si scrive un romanzo non sapendo che un giorno sarà edito, si gode di una condizione di purezza. Non siamo contaminati dall’esterno e tutto ciò che abbiamo creato è autentico. Un buon scrittore non deve scordarsi che il primo motivo per cui scrive è rendere più piacevole la propria vita, e se la sua vita sarà più piacevole lo saranno anche i suoi libri, e il mondo potrà beneficiare di questo. Spero di avere sempre una buona memoria, così potrò ricordarmi quanto ho appena detto.  Se invece me ne dimenticherò, be’, allora dovrò ricordarmi di rileggere questa intervista.

 

 

Per saperne di più su I padri di Raul visitate il sito www.romanoeditore.it

Per avere informazioni e partecipare alle presentazioni scrivere a press@romanoeditore.it

 

Articolo di Sara Missorini

Immagini: dettaglio di copertina, illustrazione a cura di Marzia Pieri

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