Davide Santorsola: l’intervista







Davide Santorsola è un personaggio a dir poco interessante. Autodidatta fin da bambino, attraversa varie fasi musicali, dal rock al blues, indirizzandosi poi verso il jazz. Con il suo ultimo lavoro, Stainless, ripercorre il proprio passato “nella piena consapevolezza del presente” come ha definito lui stesso.

Quanto la musica classica fa parte di te? È costantemente nei miei pensieri e nel mio cuore; in alcuni periodi la sua influenza è più forte, in altri invece sembra un dolce ricordo lontano, ma è sempre stata sino ad ora un punto di riferimento importante nella mia vita musicale e immagino sarà così ancora in futuro.

Tu hai lavorato molto all’estero hai notato una differenza nel pubblico straniero e quello italiano? Non saprei, certo all’estero è difficile che in concerto squilli un cellulare o che qualcuno disturbi arrivando in ritardo, tuttavia circostanze simili capitano ovunque. Sul piano squisitamente culturale, la media degli ascoltatori italiana è molto alta e sino ad oggi, sia per partecipazione sia per entusiasmo, anche in Italia ogni concerto mi gratifica per l’emozione e la condivisione palpabili che avverto in sala.

Sotto quale spinta nasce Stainless? Stainless nasce dalla necessità di ricercare delle urgenze, delle necessità interiori e profonde: da un lato l’amore verso la scrittura per orchestra, il potenziale timbrico degli archi, la composizione, dall’altro la vocazione all’improvvisazione e al jazz. Stainless racchiude questi aspetti, apparentemente in contrasto fra loro, eppure miei. Credo si tratti del frutto di un lungo processo di interiorizzazione: una lenta, intensa, intima acquisizione e comprensione dei diversi contenuti e forme musicali che nel corso della mia vita, sia pure in periodi differenti, mi hanno affascinato, attratto. In Stainless ho ripercorso il mio passato nella piena consapevolezza del presente e i tasselli di un mosaico, sino a quel momento ancora un po’ sparsi qua e là, alla fine si sono perfettamente incastrati, dando forma ad un coerente disegno.

Quanto Bach, Chopin Rachmaninoff, ti appartengono? Sono cresciuto con la loro musica, quanto con la musica jazz. In casa c’erano moltissimi dischi sia di musica classica sia di jazz e io, da bambino, li ascoltavo senza distinzione di genere.

Tu hai avuto un approccio totale alla musica percorrendola nei suoi vari generi, quale secondo te quello che oggi meglio si accosta a questo momento storico? È una bellissima domanda. Ci penso spesso. Oggi, nella media, in un paio di minuti controlliamo la posta elettronica, rispondiamo al telefono, sorseggiamo del caffè, organizziamo la spesa, ecc. ecc. Tutto questo quasi nella simultaneità… Un approccio quasi di tipo multitasking, direi. Ora non so se ciò sia un bene o un male per l’Uomo, ma oggi è così. Ebbene, credo che la musica di oggi, allora, dovrebbe rappresentare un flusso emotivo di una molteplicità di informazioni, evitando inutili ripetizioni o superficiali cliché, in linea con le capacità acquisite dall’Uomo di cogliere al volo una serie di dati e contenuti diversi pur nel medesimo contesto.

Si può educare all’ascolto? Certamente! Partendo dal presupposto che la capacità di sentire, cogliere, immaginare e elaborare idee musicali è un bene primario per lo spirito e per la mente, basterebbe investire quel che serve nella scuola.

Quali i tuoi compagni di viaggio in quest’ultima avventura musicale? L’orchestra d’archi “Società dei Concerti di Bari”, l’oboista Giuseppe Degirolamo, il batterista Mimmo Campanale e il percussionista Maurizio Lampugnani, artisti tutti di altissimo profilo.

 

Intervista di Elena Torre – Fotografia di Francesco Ricci

 

 

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