Conosciamo meglio Alessandro Benvenuti







Alessandro Benvenuti è attore e regista di cinema e teatro, cantautore e direttore artistico del Teatro Dante di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze. Ha celebrato il recente ventennale del film “Benvenuti in casa Gori” (1990) con la ripresa dello spettacolo con Carlo Monni e Anna Meacci nei ruoli di Gino e Adele e un gruppo di bravissimi attori non professionisti e con il libro, “Bentornati in casa Gori”, dell’autore di questa intervista.

Una breve storia del testo di 25 anni fa… Scritto nel 1986 da me e Ugo Chiti, “Benvenuti in casa Gori” debuttò il 31 gennaio del 1988. Tutti e dieci i personaggi dello spettacolo, nei cartelloni dei maggiori teatri italiani, li interpretavo io. È la cronaca di un pranzo di Natale accaduto il 25 dicembre del 1986 in casa della famiglia Gori di Pontassieve. Quel giorno santo si trovarono riuniti intorno al desco dieci commensali: il novantenne Annibale, Gino Gori: il capo famiglia, sua moglie Adele, suo figlio Danilo, Cinzia la di lui fidanzata, Bruna, secondogenita di Annibale, Libero, suo marito, Sandra la loro figlia, Luciano il marito di quest’ultima e la piccola Samantha, figlia di Sandra e Luciano. Inoltre, via etere, avrebbero dovuto essere presente anche Karol Wojtyla ma quel giorno si fece attendere in televisione più del dovuto e, aspettandolo, in mancanza di un’alternativa ragionata, non poterono fare a meno di ingannare il tempo tirando fuori il catalogo dei loro problemi esistenziali. Per un fortunato caso quel Natale mi trovavo in visita alla famiglia Gori. Fu così che alle prime avvisaglie dell’insolita piega che stava assumendo quella giornata pensai bene di prendere qualche appunto. Successivamente riportai ciò che avevo udito all’amico Chiti e assieme, più o meno rispettosi degli ispiratori, abbiamo cercato di raccontare anche a voi quello che altri involontariamente avevano raccontato a noi. Così nacque “Benvenuti in casa Gori”.

Come nasce la nuova versione teatrale corale delle scorse settimane? Per questa nuova inedita versione ho chiamato a raccolta attori toscani non professionisti di età tra i 18 e i 90 anni, selezionati attraverso provini. I due ruoli principali, quelli di Adele e Gino, sono stati assegnati ad interpreti di comprovata professionalità: Anna Meacci e a Carlo Monni, già Gino in cinematografo (come si diceva tempo fa a Pontassieve), in quanto scelto come interprete dei due film che ho girato tratti dai primi due capitoli teatrali della trilogia dei Gori.

Un testo teatrale a più voci per un attore solo, un film corale che più corale quasi non si può. Come si è svolto il lavoro di adattamento di “Benvenuti in casa Gori” dal teatro al cinema? Sono personaggi che hanno in sé tanta vita e la cosa più bella per chi fa il mio mestiere è raccontare la vita. Sono persone che Ugo Chiti (il coautore di “Benvenuti in casa Gori”) e io conosciamo bene. Infatti, a parte la piccola Samantha, che fu un’idea di Ugo, le altre figure sono ispirate a mio padre, a mia madre, a mio nonno, ai miei zii e cugini. Persone che oltre alla vita reale, hanno vissuto una doppia esistenza artistica: prima messe in scena su un palco da un solo attore, il sottoscritto, costrette a una lingua rigorosa, a frasi secche e sillabe precise, per dare ritmo alla performance; poi ampliate al cinema, arricchendosi di linguaggio, aneddoti e storie che non era stato possibile inserire nella pièce.

Cosa fu per te il film “Benvenuti in casa Gori”? Un nuovo inizio perseguito con volontà quasi criminale. È tutta la vita che ogni tanto ricomincio. E fu molto importante allora avere degli alleati. Novello Novelli in primo luogo, per quanto fece per riavvicinarmi al cinema e a Francesco Nuti. Ho odiato Francesco per almeno tre anni: per me era il distruttore di un sogno. Poi è diventato una delle persone più importanti della mia vita, rivelandosi uno di quegli, apparenti, nemici che ti costringono a riflessioni dolorose sulla tua natura, i tuoi limiti e i tuoi difetti, e così ti cambiano la vita. I’ Nuti m’ha fatto sperimentare l’intera gamma dei sentimenti, dall’odio all’amore, alla riconoscenza. “Benvenuti in casa Gori” non è soltanto un film: è la fine di un percorso di rabbia e l’inizio di un’epoca nuova. A livello simbolico ha significati profondi… io non ho diretto tanti film, ma ognuno di essi ha una valenza molto alta per me. Per questo ho smesso di fare cinema: a un certo punto questi significati non c’erano più. Non era una questione di narcisismo, era che non avevo più storie da raccontare, il cinema, per me, non aveva più senso. Ora canto. Meglio: investo meno capitali e creo meno illusioni!

Parlaci della tua esperienza di cantautore e dei prossimi eventi di questo tuo percorso musicale… Ho avuto una prima produzione nella Materiali Sonori di San Giovanni Valdarno. Con loro ho lavorato per quattro anni all’incirca, producendo due spettacoli molto riusciti con Banda Improvvisa: ‘Benvenuti all’Improvvisa’ e ‘Storia di un Impiegato’ (di Faber). E un paio di spettacoli di musica e varia e disunita umanità: ‘Recital Irrequieto’ e ‘Capodiavolo’. Di quest’ultimo titolo è stato fatto anche un bel cd riassuntivo. Poi ho deciso che quell’esperienza si era esaurita. Il caso ha voluto che incontrassi Mirco Mencacci, conosciuto molti anni fa come montatore cinematografico del suono. Con lui è iniziata la seconda parte della mia nuova vita musicale. Attualmente stiamo finendo le registrazioni nel suo studio di Lari (Pontedera) del cd ‘Zio Birillo storie di acide amenità’. Dopo di che solo chi vivrà vedrà…e udrà, soprattutto.

Com’è il tuo cinema? Mi sento un trasversale nel mondo dello spettacolo. Non a caso, nel momento in cui potevo cogliere onori e allori in teatro, mi sono messo a cantare. Un artista deve trovare strade nuove; i periodi di crisi economica come l’attuale, poi, aiutano ancora di più a ‘scavare’: l’artista, infatti, è un ricercatore. Ora rispondo alla domanda. Le etichette possono essere confortanti. Il cinema che faccio è il mio cinema. Quando giro, non ho uno stile. È il film che ha un suo stile: capiscilo e impara. Solo i Narcisi realizzano ‘robe’ che somigliano solo a se stessi e non servono a nulla.

I tuoi maestri? Alfred Hitchcock? Ingmar Bergman? Tutta gente che mi ha insegnato cosa significhi fare un film. Adoro anche quel visionario di David Lynch, che però è come Frank Zappa nella musica o Carmelo Bene nel teatro: un genio a sé. Ed è pericoloso e presuntuoso attingere lì. Quando invece dico Hitchcock o Bergman, cito lo stesso dei geni, ma più organizzati, con teoremi maggiormente comprensibili. Bergman diceva che tutto ciò che lui doveva fare era ‘servire il bambino’: il film, non il suo narcisismo. Un grande insegnamento. La regia di un film è un viaggio nello stile e nel senso delle cose, che ti costringe a organizzare al meglio la tua intelligenza. Personalmente ritengo di aver fatto del buon cinema, sensato, cercando e trovando il cuore delle storie raccontate.

Ultimi o prossimi lavori a teatro al di là di “Benvenuti in casa Gori”? Sono attualmente in tournée con ‘Auntie and me’, un particolarissimo lavoro teatrale dell’autore canadese Morris Panich. Un testo mai rappresentato in Italia. Al mio fianco, come compagna di avventura e finta zia…, che sta diventando sempre più vera, ho un’autentica icona del teatro: Barbara Valmorin. Oltre a questo sto vagliando molte proposte sia come attore, che come autore e regista. Per ora il prossimo impegno sarà il debutto di ‘ZioB storie di acide amenità’, previsto per il 7 aprile al Teatro Dante di Campi Bisenzio nell’àmbito della seconda rassegna intitolata ad Andrea Cambi…e poi si vedrà. Interessante invece è l’intensa attività letteraria che sta fiorendo intorno al mio lavoro di artista a 360 gradi. Parlo del libro “Bentornati in casa Gori” di Enrico Zoi, appena pubblicato in occasione del ventennale dell’uscita del film “Benvenuti in casa Gori” nelle sale cinematografiche. Libro che ripercorre con molto affetto e attenzione le vicende della lavorazione della pellicola con notevoli contributi da parte di coloro che, attori e tecnici, parteciparono alla realizzazione del film. Lo stesso Zoi, affiancato stavolta dal collega Philippe Chellini, sta, anzi stanno curando un nuovo libro che, attraverso l’analisi e il racconto della genesi e poi della lavorazione del mio film ‘Zitti e Mosca’ allarghi il discorso a quelli che furono i mutamenti epocali nella politica di quegli anni irripetibili: caduta del muro di Berlino, disfacimento dell’Unione Sovietica e via dicendo. Infine, c’è un forte interessamento della casa editrice Titivillus affinché possa essere realizzato un cofanetto che contenga i tre testi della trilogia dei Gori in forma di monologo, così come li ho rappresentati per più di venti anni, più la versione corale che ho appena riscritto e che è andata in scena a Campi al Teatro Dante e al Teatro di Rifredi di Firenze con enorme successo proprio sul finire dell’anno appena trascorso. I quattro testi verranno completati da altrettanti dvd con gli spettacoli in questione.

Sogni nel cassetto? Oggi ti risponderò così: io non sogno mai perché un sogno, se non si realizza, diventa un incubo. Preferisco pensare da sveglio, le cose mi vengono meglio.

Intervista di Enrico Zoi

Fotografia di Elena Torre

 

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