Antonella Zucchini: l’intervista
È il 1992 quando Antonella Zucchini comincia la sua carriera di autrice e attrice in lingua fiorentina, recitando una piccola parte nella commedia “L’acqua cheta” di Augusto Novelli. Da allora sono trascorsi quasi 20 anni e la carriera di Antonella è stata in costante crescita: le sue commedie in vernacolo fiorentino sono state tradotte in altri dialetti italiani e anche all’estero, ha creato laboratori teatrali per adulti e per adolescenti, ha curato libri e sceneggiature di cortometraggi. Incontrata per voi di Esserciweb, fin dal primo impatto si è dimostrata una persona solare, divertente, ma soprattutto essenziale, una donna che con poche parole sa catturare l’attenzione. Proprio come la parlata che la caratterizza e che grazie a lei e a chi, come lei, la tiene viva, non andrà perduta nel tempo.
Vorrei cominciare questa intervista partendo dal titolo della tua ultima opera: qual è – secondo te – la panacea di tutti i mali oggigiorno? Il rimedio descritto, quello che aggiusta tutto e guarisce ogni male è senza dubbio l’Amore, quello con la “A” maiuscola ma secondo me non basta. Per stare bene con noi stessi e con gli altri occorre affrontare la vita con passione, con entusiasmo, con piacevolezza. Solo allora possiamo trarne soddisfazione e goderne. Come dire? Non è importante fare tutto quello che si vuole ma VOLERE tutto quello che si fa.
Tu curi, e hai curato anche in passato, laboratori teatrali per adolescenti in lingua fiorentina. C’è una differenza di approccio al vernacolo tra un adulto e un adolescente? Per gli adulti credo sia più semplice. Molte volte viene loro richiesto di portare sulla scena semplicemente la loro schietta fiorentinità. Iniziare invece gli adolescenti a questo tipo di teatro è sempre curioso e sorprendente. Li vedi maneggiare iPad, iPhone e videogames con una disinvoltura disarmante e poi magari si inceppano su frasi come “Sta’ attento, tu inciampichi nell’andito!” perché sbagliano l’accento chiamandolo “andìto” e si chiedono cosa diavolo sia. Ma in questo modo si riappropriano piano piano del linguaggio dei nostri avi quindi delle parole cadute in disuso, dei proverbi, dei modi di dire e perché no, anche degli usi e costumi che nel tempo sono andati perduti. E una volta padroni di questa parlata colorita e essenziale, sulla scena sono uno spettacolo nello spettacolo.
Immagino che tu sia contattata frequentemente da giovani che vogliono lanciarsi nel mondo teatrale, anche attraverso la scrittura. Che consigli dai loro di solito? Un testo teatrale nasce per essere rappresentato ed è completo solo quando diventa spettacolo. Per questo, quando si scrive un copione, è necessario visualizzare il più possibile il passaggio dalla pagina al palcoscenico. Occorre pensare la scena nei minimi particolari, disegnare i personaggi con gli occhi della mente, vederli muovere, sentire le loro voci, renderli cioè reali con l’immaginazione ancor prima della scrittura. Inoltre è importante ricordare che scrivere un testo teatrale pone maggiori limitazioni che stendere un racconto o un romanzo. Pensiamo allo spazio, alla durata, alla necessità di usare trucchi ed espedienti per rappresentare i pensieri, le emozioni. Ma il consiglio più importante che mi sento di dare è quello di tenere sempre a portata di mano alcuni strumenti per fermare le idee, gli spunti, i concetti. È da lì che tutto si sviluppa e trae origine. A chi non è mai capitato di avere un’idea e 30 secondi dopo questa è già sparita, sommersa, soffocata da altre cose? Penna e taccuino, dunque.
Da dove nasce la scelta di scrivere in vernacolo e quali le fonti di ispirazione per le tue commedie? Parto sempre dal presupposto che la lingua fiorentina non ha bisogno di battute volgari per far ridere perché ciò non rientra nel famoso spirito toscano che tutti ci invidiano e che è fatto invece di arguzia e di ironia. Ed è lì che io trovo quello che definisco non “valore aggiunto” ma piuttosto “calore aggiunto” cioè quella spontaneità, quella freschezza, quella immediatezza che non riesco a trovare nelle opere in lingua. Infatti se questo calore aggiunto viene a mancare, tutto si irrigidisce. Le trame delle commedie, insieme agli intrecci delle varie situazioni, mi vengono in mente molto estemporaneamente, a dir la verità, ma i personaggi sono il frutto di un vero e proprio collage di tipologie di persone che ognuno di noi può facilmente ritrovare nella realtà di tutti i giorni: dalla vicina della porta accanto, ai componenti di una famiglia, alle figure incontrate dal negoziante e via di questo passo. Personaggi veri in cui la gente si riconosce, si identifica e, attraverso i quali, si lascia prendere un po’ in giro.
Alcune delle tue commedie sono state tradotte in altri dialetti, dal piemontese al palermitano, e qualcuna è stata tradotta anche in greco. Se hai avuto modo di vederle in lingua tradotta, hai trovato che il senso ironico o comunque il carattere brillante che caratterizzano sia le tue opere sia la parlata toscana, siano stati mantenuti nella traduzione o qualcosa si è venuto a perdere? Ormai da diversi anni le mie commedie sono tradotte in tutta Italia per cui la mia “Missione da i’ Paradiso” è diventata “Come indressar na vedova” in Veneto oppure “La bonaneme è jeluse” in Puglia. Ogni Compagnia infatti traduce i miei testi adattandoli alle proprie tradizioni e ai diversi modi di dire. E può succedere, per esempio, che il personaggio di Tosca, concepito in un salotto fiorentino, diventi Concetta a Palermo. Ma, al di là delle differenze dialettali, il modo di ridere resta tutto italiano e in particolare, toscano. Inutile dire che aver contribuito a diffondere la nostra comicità mi rende molto orgogliosa.
Nel 2010 sei stata nella giuria del concorso per scrittura teatrale “Vernaholando”, organizzato dalla Romano Editore, casa editrice fiorentina molto attenta. Che ricordo conservi di quella esperienza? È stato molto divertente leggere i testi teatrali in concorso, copioni dalle trame ben congegnate, contraddistinti da battute ironiche e argute. Ho piacevolmente scoperto che esiste tutto un sottobosco di autori i quali, pur riprendendo lo stile dei fondatori del teatro vernacolare, sono riusciti ad introdurre elementi di novità e di modernità. Questo significa che si sta ponendo sempre più l’attenzione sull’importanza del teatro dialettale popolare e la Romano Editore – che ha l’occhio lungo – non ha esitato a farsi promotrice di questa bella iniziativa.
Hai dei progetti nel cassetto a breve o media durata che ti piacerebbe condividere con noi e i nostri lettori? Ho accantonato per un po’ – ma solo per un po’ – la scrittura teatrale. Infatti sto scrivendo un libro ambientato nella nostra campagna toscana dove i personaggi intrecceranno le loro vicende fra presente e passato, fra modernità e tradizione. La maggior parte di essi parlerà, inutile a dirsi, rigorosamente in lingua fiorentina.
Intervista di Sara Missorini













